«C’è del marcio in Danimarca», scriveva Shakespeare. Oggi, forse, scriverebbe: «nell’UE».
Ecco i fatti: la Danimarca voleva mettere un freno alla «ghettizzazione» nei quartieri e nel 2018 ha emanato una legge per una «migliore mescolanza sociale e integrazione». Questa legge consente alle autorità di ridurre l’edilizia residenziale di utilità pubblica nei quartieri con un’elevata percentuale di persone immigrate. Nel 2023, il governo socialdemocratico ha di nuovo inasprito la normativa. L’obiettivo: evitare cosiddette «società parallele» di migranti non integrati.
Si tratta di discriminazione?
Nel 2020, tuttavia, gli abitanti della zona residenziale Mjølnerparken di Copenaghen hanno intentato una causa contro la legge perché penalizzerebbe le «minoranze etniche», come riporta il «Nebelspalter».
La Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) si è ora pronunciata dicendo che la legge potrebbe essere discriminatoria perché violerebbe il principio di pari trattamento. Il giudizio definitivo spetta ai tribunali danesi.
E se venisse presa di mira la Svizzera?
Anche se la CGUE ha emesso una sentenza che presenta delle differenziazioni, l’esempio in questione evidenzia come un tribunale può limitare il margine di manovra degli Stati membri in ambito di politica migratoria e sociale.
Di fatto, con tali sentenze, la CGUE si immischia nella politica. Il «Nebelspalter» puntualizza: «Con gli accordi quadro della Svizzera con l’UE succederebbe esattamente la stessa cosa – solo passando per un tribunale arbitrale».