Solo un terzo degli aventi diritto di voto ritiene che la politica svizzera sia in grado di reagire rapidamente e adeguatamente alle crisi globali. Quasi la metà, inoltre, considera la politica mal equipaggiata per affrontare le pressioni delle grandi potenze, mentre appena un quinto ritiene che la Svizzera sia ben preparata. È quanto emerge da un nuovo studio condotto da Pro Futuris e dall’Università di Berna su incarico della Società svizzera di utilità pubblica (SSUP), per il quale sono stati intervistati 2414 aventi diritto di voto nella Svizzera tedesca e occidentale. L’«NZZ» ne riferisce ampiamente.
Lo studio mostra anche in quale direzione la popolazione vorrebbe orientare la politica estera: il 59 per cento desidera che la Svizzera si impegni maggiormente a livello internazionale a favore del diritto internazionale, dei diritti umani e della democrazia, anche a costo di svantaggi economici. Circa il 60 per cento attribuisce maggiore importanza alla cooperazione in materia di sicurezza con i Paesi limitrofi, l’UE e la NATO che al mantenimento della massima autonomia possibile.
Legame con l’UE: cresce il rifiuto
Per quanto riguarda l’avvicinamento politico all’UE, emerge invece un quadro diverso: il 48 per cento sarebbe contrario a una maggiore integrazione nel mercato interno dell’UE, se ciò comportasse per la Svizzera l’obbligo di recepire ulteriori norme comunitarie. Solo il 44 per cento è favorevole, mentre l’8 per cento non si esprime. La tendenza è verso un crescente scetticismo e un maggiore rifiuto del pacchetto di accordi negoziato. Eppure, proprio questo dato viene ignorato dall’«NZZ».
Il sondaggio può essere interpretato nel modo seguente: la popolazione distingue nettamente tra buoni rapporti con l’UE e un legame istituzionale con la stessa. Chi prende sul serio questa distinzione non può presentare gli accordi sul legame con l’UE come una semplice e innocua prosecuzione del percorso bilaterale.